Il cappotto danzante

Lo riconobbi subito mentre attraversava la strada. “Certo, bello è bello”, pensai vedendolo. Camminava sicuro fendendo l’aria con passi lunghi ed elastici e a ogni passo il cappotto lasciato aperto danzava ritmicamente con lui. Alzai un braccio per farmi vedere e si diresse verso di me.
Era al telefono e continuò a parlare anche quando distratto mi strinse la mano. Rimasi ferma sul marciapiede aspettando che finisse la conversazione. Terminata la telefonata mi salutò affabilmente e senza scusarsi m’invitò a entrare nel bar luogo dell’appuntamento.
C’eravamo scambiati i numeri di telefono la settimana prima durante un convegno e il fatto mi era sembrato normale visto che ero il responsabile di un progetto innovativo che interessava a molti. Avevo accettato l’invito, a dire il vero inusuale, a incontrarci fuori dalla sede di lavoro, ma alla cosa avevo dato poca importanza.
Il luogo che aveva scelto era un elegante caffè in centro. Seduta al tavolino di fronte al lui potevo finalmente vederlo bene. Indossava una giacca in stile inglese, la cravatta di seta perfettamente abbinata e profumava di vetiver. Il naso era leggermente aquilino e ben si adattava ai contorni del viso dalla carnagione scura e alle labbra sottili. Gli occhi erano belli, di un nero profondo, un po’ inespressivi.
Durante la conversazione con mia grande sorpresa parlò poco dell’affare, ma molto di sé. Raccontava dei suoi studi, dei master conseguiti all’estero e dei riconoscimenti ricevuti per le ricerche che gli avevano consentito di raggiungere rapidamente i vertici aziendali. Passava con naturalezza dall’elencazione delle numerose pubblicazioni scientifiche alle sue vittorie in campo velistico, accompagnando la narrazione con gesti corti e trattenuti, salvo qualche occasionale impennata delle dita nei tratti più salienti del discorso. Lo ascoltavo in silenzio cercando di ottenere uno sguardo, un contatto visivo, ma suoi occhi spaziavano intorno senza mai soffermarsi a lungo su di me.
Stava ancora parlando quando un cane, sfuggito al controllo della padrona, uscendo di sotto il tavolino accanto a noi, iniziò ad abbaiare. D’istinto mi girai nella sua direzione e per poco distrassi lo sguardo da lui. Quando ritornai sul suo viso vidi che mi stava guardando le gambe. Istantaneamente spostò lo sguardo sul tavolo dimostrando un certo interesse per l’ultimo mignon rimasto nel piattino che prese senza tante cerimonie.
Usciti dal bar decidemmo di fare una passeggiata, un bel tramonto arrossava le cupole e le terrazze della città e le vetrine dei negozi scintillavano. Camminavamo nel centro affollato, lui con le sue gambe lunghe marciava spedito mentre io gli trotterellavo accanto cercando di tenere il passo. D’un tratto, poi, senza alcun motivo, salì sul marciapiede lasciandomi giù sulla strada.
Tentai allora anch’io di guadagnare il gradino senza riuscirci perché gremito di gente e quindi proseguimmo per un bel pezzo a camminare affiancati mantenendo il dislivello. A un certo punto mi fermai interdetta e per farmi sentire fra la folla esclamai a voce alta: “ Scusa, ma cosa ci fai là sopra? ” e lui serio rispose: “ Mi piace guardare le persone dall’alto”.
A quel punto dentro di me, come in un corto circuito, si scatenò una reazione improvvisa ed esplosi in una risata deflagrante. Allo scoppio delle mie risa i passanti che erano intorno si voltarono sorpresi, mentre lui, rimasto in silenzio sul marciapiede, mi guardava attonito come se mi vedesse per la prima volta. Stavo ancora ridendo quando ne discese e fissandomi freddamente negli occhi addusse un altro appuntamento e se ne andò in gran fretta voltandomi le spalle.
Ripresi a camminare lentamente nella direzione opposta con ancora qualche rigurgito di ilarità che saliva alle labbra. A un tratto mi girai per guardarlo ancora, “ Certo, bello era bello”, pensai mentre si allontanava e osservandone il passo mi parve che il cappotto non danzasse più.

10 commenti su “Il cappotto danzante”

  1. “Passava con naturalezza dall’elencazione delle numerose pubblicazioni scientifiche alle sue vittorie in campo velistico, accompagnando la narrazione con gesti corti e trattenuti, salvo qualche occasionale impennata delle dita nei tratti più salienti del discorso”. Descrizione raffinatissima dove ogni parola ha un peso! Leggere è stato un piacere. Il racconto rimanda ad un dopo in sospeso affidato alla proiezione del lettore

  2. Colpiscono le immagini in sequenza, nitide, si sente il profumo e si vede l’abito indossato. Un perfetto equilibrio tra esterno ed interno , tra evento e dinamiche, tra realtà ed apparenza . La risata finale stempera la situazione ma ne accentua la sua effimera dimensione

  3. Gian piero Perinu

    In sintesi : storie di tutti i giorni senza un passato e senza un domani , siamo fatti della stessa stoffa dei sogni (Shakespear)

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