Sul finire degli anni 60, avrò avuto circa 9 anni, frequentavo, diligente, la scuola elementare Giosuè Carducci di Roma.
Un bel giorno si presentarono dei signori del Provveditorato con l’intenzione di reclutare tra le varie classi i bambini più intonati.
Il progetto prevedeva infatti la formazione di un coro di 1000 bambini, scelti tra tutte le scuole della capitale, che avrebbero dovuto esibirsi al Teatro dell’Opera in un gigantesco coro che si sarebbe appunto chiamato i 1000 Piccoli cantori di Roma.
Gran brusio tra le maestre che, alacremente, come api operaie, si misero tutte a disposizione del Direttore dando inizio alle selezioni.
Ricordo bene la maestra di canto al provino: i capelli miele, raccolti in uno chignon le davano un’aria severa ma lo sguardo era dolce ed affidabile. Ero affascinata dalle sue dita che volavano veloci sui tasti del pianoforte, do, re , mi, fa ,sol, la si, mentre io, gambe tremule e cuore in gola , non so per quale alchimia gorgheggiavo ad ogni nota.
Fu decretato che fossi “mezzo soprano buono” e, detto fatto, arruolata.
Ero al settimo cielo, do, re, mi, cantavo e sognavo in una continua alternanza di emozioni.
Le prove si tenevano in un’unica aula al piano terra dove convergevano i prescelti sia dalle classi femminili che dalle classi maschili.
Per noi femminucce, i bambini, (detti i maschi) erano quasi una razza aliena, entravano a scuola da una scalinata opposta alla nostra e li incrociavamo raramente, per cui la novità fu oggetto di eccitazione e chiacchiericcio.
Nella grande aula dove si facevamo le prove, ci scrutavamo con curiosità e sospetto, ridacchiando a gruppetti. Oltre al balbettio di un timido scambio di saluti, ogni tanto ci scappava anche qualche sguardo più lungo, seguito da un fulmineo rossore sul viso.
In famiglia tutti erano in agitazione; per la grande serata serviva un grembiulino bianco senza macchia, perciò in tempi record ne fu acquistato uno nuovo di zecca.
Insieme al grembiule la “mise” prevedeva un colletto inamidato ed un fluente e maestoso fiocco blu.
E qui cominciarono i guai:in città, a quanto pare, non si trovava un solo colletto di tale fattura.
La mamma, dopo aver esplorato il nostro quartiere, dovette” emigrare” nei quartieri attigui.
Ogni pomeriggio, inghiottita dal 16, un tram doppio, lungo come un serpente, andava in perlustrazione in zone sconosciute e dopo aver setacciato decine di mercerie, rientrava all’imbrunire stanca e delusa.
Finalmente, la sera prima del debutto, tornò gioiosa e vittoriosa.
Avevo un colletto inamidato!
Ed eccomi, in quel pomeriggio di maggio, ritta in piedi su un gradinaccio di legno, sfoggiando una pettinatura con doppio chignon a banana modello uovo di Pasqua, il bianco grembiule immacolato, i calzettoni lunghi ed il mitico colletto dal quale fioriva un fiocco, concepito a quattro mani da mamma e nonna, che era uno splendore.
Mi sentivo una formica tra le altre 999 formiche, ma una formica felice.
Il teatro mi apparve maestoso, ed era esaltante sapere che lassù, in alto, in uno di quei sontuosi palchetti intarsiati ci sarebbe stata la mia famiglia in pompa magna.
Il direttore d’orchestra era come Mago Zurlì, la sua bacchetta diede il via magicamente al fluire della musica e del canto.
Quando le mille piccole voci bianche si fusero insieme, un brivido unico avvolse la sala.
Intonammo l’inno di Mameli, il Va Pensiero dal Nabucco e poi gli stornelli romani, fior di pisello, fior di giaggiolo, cantavo sicura, quando sul canto del fiore di loto, cominciai a sentirmi male.
Il fiato, mi mancava il fiato, il colletto stringeva, stringeva, le mie piccole mani cominciarono affannosamente a cercare il bottone, volevo solo respirare, sbottonarlo un pochino – pensavo alla mamma – si sarebbe adirata? Ma non potevo aspettare. Puff, un lieve tonfo ,oh no, non può essere , il colletto era caduto, si, caduto, tra un gradino e l’altro nel profondo vuoto buio.
Ero lì desolata come un pierrot, il fiocco blu scomposto sul grembiulino immacolato sembrava un sedano sfatto, anche la pettinatura a banana si stava smontando.
E vola, vola, vola e vola lu cardillo, cantavano gli altri in coro. Io non riuscivo ad emettere alcun suono, avevo la gola secca, pensavo solo alla mamma, alla mamma inghiottita dal serpente, pensavo alla sua stanchezza, la sentivo quasi nelle ossa e se nel suo sguardo azzurro avessi intuito la delusione? Non mi rimaneva altro che il pianto, silenzioso, inglorioso.
Ma liberatorio.
Per la cronaca, mamma non si arrabbiò per niente. Anzi.
Un racconto che prende alla gola!
Delizioso!
Storia colorita e piena di dettagli profondi…
Sono riuscita a percepirne ogni emozione…
Brava!
bello bello bello
> avevo do re mi la: Calimero dove va ? <
Mi sarebbe piaciuto cantare, ma pur avendo in famiglia una Soprano ed un Tenore….io ragliavo come un’asino….tanto che a 12 anni mi hanno spesso portato “al Costanzi” di Roma per sentire Opere ed Operette, facendomi abituare “l’orecchio”. Però a 9 anni fino ai 13 ho fatto parte di piccole compagnie di spettacolo parrocchiali e territoriali che avevano come tema Il libro Cuore. Il mio “raglio” si mutò in tonalità e modi di recitazione che mi resero fiero, come la Piccola Vedetta Lombarda che cadeva dall’albero, colpito a morte da una pallottola asburgica, gridando con enfasi : “Viva l’Italia!”, planando su un falso prato “morbido”. Poi lo studio mi coinvolse.
Il racconto rivela con sapienza il lascito dell’infanzia, con le sue gioie e le paure che saranno compagne di vita, riuscendo a far percepire distintamente l’importanza dei legami affettivi. Bellissimo spunto. Bravissima!
Carinissimo.Purtroppo ho provato una punta di sana invidia xk io sono sempre stata stonata tanto che le suore- presso le quali ho mio malgrado dovuto frequentare le scuole-mi raccomandavano ad ogni occasione canora di aprire pure la bocca, simulando ,senza farne uscire alcun suono!
Racconto reso piacevolissimo dall’ emozione dei ricordi indelebili che albergano nel cuore di chiunque ha vissuto la sua fanciullezza con passione, intensità e affetto familiare.
È sempre bello riaccendere una lampadina della nostra anima e condividerla con chi sa ascoltare i sentimenti.
Brava Amichetta