La peccatrice

Niente ti fa sentire più solo di una grande metropoli. Le strade di New York di giorno sono affollate come formicai. I marciapiedi delle Avenues brulicano di gente d’ogni razza e colore, e devi fendere la folla per passare. La città, eterogenea e multietnica, dà euforia, ti fa sentire al centro del mondo. Ma anche a New York, se non hai qualcuno da amare, ti senti un alieno.
Io avevo qualcuno, che ogni tanto preferiva le sue droghe a me. Ero andata a cercare aiuto all’associazione familiari dei tossici, che si riuniva in un seminterrato dietro la cattedrale di San Patrizio. Andavo alla riunione delle otto di sera, dopo il lavoro e una cena veloce. C’erano uomini e donne, ma principalmente madri sui quaranta e passa. Scopo della riunione era seguire un programma tosto di distacco emotivo, per non farci manipolare dal nostro tossico.
Le madri erano casi disperati. Riunione dopo riunione, scaricavano sui presenti le loro storie horror e, per quanti suggerimenti ricevessero su come comportarsi, erano istupidite dal dolore, tornavano a commettere gli stessi errori, e a piangerci sopra davanti al gruppo. Parevano uscite da una tragedia greca, non si accorgevano che i loro figli le sfruttavano, le derubavano e le disprezzavano per la loro dabbenaggine. Noi tutti in quella stanza eravamo consapevoli di quanto fossero crudeli i nostri tossici, pur di ottenere un’altra dose, un altro sballo, e che solo il distacco emotivo ci avrebbe salvato. Le madri erano sorde e cieche. Se qualcuno diceva: “Emily, ci sei cascata di nuovo. Quando ti decidi a fare un sano distacco da tuo figlio?”, la donna gli si rivoltava contro rabbiosa gridando: “Come faccio a distaccarmi! È contro natura! Lui è mio figlio!”
Ero così stanca della loro irrazionalità viscerale che ogni volta pensavo di non tornare più. Ma tornavo, perché anche dalla stoltezza delle madri imparavo a salvarmi, a lasciare che il mio tossico subisse le conseguenze delle sue azioni. Solo così qualcuno di loro tocca il fondo e si ravvede. Se stai sempre a coprirgli le spalle, diventi complice della sua malattia. Anche noi più giovani a stento riuscivamo a fare distacco emotivo. Se sei innamorata, scatta la stessa dipendenza viscerale, non vivi più, ti lasci travolgere. I più equilibrati di noi ripetevano uno slogan: “Se non riesci a distaccarti col cuore, distaccati coi piedi”.
Ad una di quelle riunioni serali conobbi Kathy, una italo-americana alta e mora, sui trent’anni. Il suo bel viso ovale faceva pensare a un’inglese, ma appena apriva bocca, nonostante il riserbo, non riusciva a trattenere quel gesticolar di mani che gli inglesi non hanno. Aveva due occhi neri, molto espressivi. Kathy aveva fatto il distacco coi piedi dal marito. In riunioni successive ci aveva raccontato come fosse l’unica a lavorare e a portare a casa il denaro, che spariva subito. Poi sparivano gli ori, l’argenteria e qualsiasi altro oggetto di valore. Quando tornava dal lavoro, ogni tanto scopriva che mancava un vaso, o addirittura un mobile. A quello stadio di degradazione, il familiare segue il tossico nell’indigenza e nella follia, o si distacca.
Dopo le riunioni andavamo insieme a un bar vicino. Nessuna di noi aveva questa gran voglia di tornare a casa. Quando le sincere condivisioni nel gruppo non erano soffocate dai cori luttuosi e distruttivi delle Medee, l’ottimismo del programma nutriva le nostre anime inaridite. Fermarsi al bar era un prolungamento di quel tepore umano, prima di ritornare a casa dai nostri zombie.
Una sera al bar, Kathy mi confidò che la sua famiglia era mafiosa, e lei si era sposata col primo bellimbusto per venirne fuori. Ora, dopo anni di angosce e tragedie, temendo che la sua famiglia violenta facesse del male al marito tossico, aveva divorziato e viveva da sola. Mi stupivo che fosse ancora sola, così giovane e attraente. Poi, con l’approfondirsi delle confidenze, una sera mi disse che si era innamorata di un prete cattolico della sua parrocchia, un filippino giovane e bello come Richard Chamberlain. Kathy era un’appassionata lettrice del romanzo “Uccelli di rovo”, e guardava e riguardava le puntate della vecchia serie TV. Mi diceva: “A volte penso di essermi innamorata del suo clergy. Quel colletto candido mette in risalto la sua pelle scura”.
“Te lo sei andata a scegliere fra gli uomini impossibili. Non ti era bastato il tossico?”
Kathy sospirava e smaniava. Era proprio una sentimentale napoletana. E beveva sempre due o tre drink di roba forte.
Una sera che ci sentivamo in vena, e con abbastanza soldi da potercelo permettere, andammo insieme a vedere un musical a Broadway e, per due ore, le musiche entusiasmanti e le danze spettacolari ci fecero dimenticare i nostri guai. Era una compagnia di colore, e i danzatori muscolosi facevano acrobazie incredibili. Il musical è un genere teatrale nato in America, e io guardavo ammirata le coreografie ardite, le danze perfettamente sincronizzate. Scoppiavano di salute, allegri e vitali come le loro canzoni. Così volevo vivere anch’io, piena di allegria, non col capo chino in attesa della prossima sventura.
Quando uscimmo dal teatro, la città di notte era quasi deserta, a parte il traffico delle auto. Tutti quei grattacieli illuminati erano meno freddi e distanti. Nel quartiere dei teatri c’era sempre qualcuno che, appoggiato a una colonna, suonava il sax, o la tromba. Non mi sentivo sola, allora, con la loquace compagnia di Kathy.
A New York non è facile trovare un parcheggio, quindi facemmo diversi isolati a piedi per tornare all’auto. Mentre passeggiavamo per Manhattan, Kathy mi confidò che “avevano peccato”, lei e Padre Tony. La guardai, cercando di nascondere il mio stupore. Certi italo-americani sembrano fermi agli anni Cinquanta. Penseresti che l’America li abbia liberati da superstizioni e tabù religiosi, ma si tengono stretti ai loro pregiudizi. Guai a cambiare la ricetta della pizza!
“Com’è successo?”
“Era da un po’ che ci guardavamo. Durante la messa io andavo sempre in fila a prendere l’ostia da lui. L’ultima volta non ho tenuto gli occhi bassi. Ho aperto la bocca, ho tirato fuori la lingua e l’ho guardato. Tony è arrossito…”
“Con la sua pelle scura?”
“Sì, insomma, ho visto che era turbato, ma i suoi occhi non hanno smesso di fissarmi, mentre posava l’ostia sulla mia lingua. È stato un attimo di intimità dolcissima. Ho capito che mi desiderava”.
“È questo il peccato?”
“No. Il giorno dopo sono andata a confessarmi. Lui era il mio confessore abituale, è così che mi sono innamorata. Averlo lì vicino, il suo viso di profilo, oltre la grata del confessionale…”
“Dopo quella comunione sexy, sei tornata a confessarti da lui?”
“Sì. Gli ho detto: Perdonami perché ho peccato di pensieri impuri per te”.
“E lui?”
“Lui ha aperto il portellino della grata. Non sapevo che si potesse aprire. Mi ha colto alla sprovvista e mi ha baciata! È stata la confessione più lunga che io abbia mai fatto”.
“Cavolo, avete pomiciato?”
“No, la finestrella è troppo stretta, ci passa solo la faccia. L’ho invitato a casa mia quella sera, e si vedeva che lui non toccava una donna da un bel po’…”
“Avete scopato?”
“Dai, che parola oscena! Abbiamo fatto l’amore, più d’una volta, poi lui mi ha detto che non può spretarsi perché perderebbe il diritto di soggiorno e lo rimanderebbero subito nelle Filippine”.
“Allora? Volete vivere nel peccato?”
“Tony mi ha detto che non può essere peccato, a lui sembra il paradiso in terra”.
“E te credo!” Invidiavo Kathy. Lei aveva finalmente un uomo che la faceva sentire amata, desiderata. Il mio tossico a volte era così fatto che non mi vedeva neppure. Sospettavo che fosse diventato impotente. Mi consolavo pensando che almeno non era violento.
Eravamo arrivate alla sua auto. Appena Kathy l’avviò nel traffico notturno di Manhattan, ricominciò a parlare. Non vedeva l’ora di vuotare il sacco, come se, parlandone con me, potesse contenere l’assurdità della situazione. “Tony mi ha confidato che si è fatto prete non per vera vocazione, ma per venire in America”.
“Aaah…”
“Non so che fare. Io non posso continuare di nascosto a fare l’amante del prete. Voglio un marito, una vita normale. Non reggo più questa solitudine”.
Mentre parlava, tutta agitata, sbandava un po’ con l’auto, e subito abbiamo sentito dietro di noi il suono di una sirena della polizia. Ci hanno ordinato di fermarci e un poliziotto burbero si è affacciato al suo finestrino. “È ubriaca?”
Kathy, sentendosi insultata, ha negato con la voce indignata.
“Cosa fate? Due donne ubriache in giro di notte?”
“Non siamo ubriache, agente,” ho detto io con la voce calma che Kathy non aveva. “Siamo appena uscite da teatro e stiamo tornando a casa”.
“La tua amica guida come un’ubriaca. Toglietevi dai piedi, prima che vi faccia una multa”.
Kathy, tremante di sdegno, riaccese il motore e ci allontanammo. Dopo un lungo silenzio, mi fece un’altra confessione. “Quel poliziotto mi ha toccato un nervo scoperto. Ho cominciato pian piano a bere per reggere la solitudine, e adesso con Padre Tony è peggio”.
Kathy non venne più al bar con me per non indursi in tentazione, e smise di venire anche alle riunioni dei familiari. In una città così grande, se non hai un punto fisso di ritrovo, ti perdi. Pensando che l’avrei rivista al gruppo, non la cercavo al telefono. Dopo qualche tempo, la incontrai per caso alla libreria Strand. Era il luogo più labirintico in cui potersi incontrare per caso. Strand è enorme, ci si perde dentro come nel reticolo infinito di strade della città.
Kathy mi salutò festosa e, dopo aver comprato un libro sulle Filippine, mi disse che lei e Tony erano “vissuti nel peccato” per mesi. Andammo a prendere un caffè in un bar vicino, e davanti alla tazza vuota mi raccontò che la tresca amorosa non era sfuggita al Padre superiore di Tony, che aveva minacciato di estradarlo. Kathy si era allora offerta di sposare Tony, dandogli la cittadinanza, ma lui aveva preferito tornare nelle Filippine, salvando così il sacerdozio.
“Voleva salvare il sacerdozio? Che significa?”
“Non lo so,” rispose Kathy asciugandosi gli occhi. Soffriva come un cane.
Io un’idea me la sono fatta. Padre Tony era un falso prete, e un falso amante. Anche Kathy in cuor suo lo sapeva. Se l’avesse amata davvero, sarebbe rimasto con lei, avrebbe cercato un lavoro. Già, ma nel paradiso di Tony forse non si lavora.

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