La rivincita

Luigi, fedele almeno alla tradizione, si ostinava a negare, ma a Daniela le corna sulla testa pesavano davvero. C’era stato un tempo in cui avevano sognato di invecchiare insieme, ma ormai litigi e mugugni sempre più frequenti li avevano convinti a dare un taglio al matrimonio. Nell’attesa di concludere l’iter burocratico continuavano a vivere sotto lo stesso tetto, in camere separate,evitandosi.
Perciò l’invito di Luigi a festeggiare la promozione con aumento di stipendio stupì Daniela. Lo stupore si trasformò in meraviglia appena seppe che al posto della solita pizzeria economica, avrebbero cenato in uno di quei ristoranti con tovaglie immacolate, poltrone di velluto, tre bicchieri di cristallo a testa, posate in quantità, orchidee nel centrotavola e il cameriere in gilet e papillon che riempiva i calici con vino abbinato alle portate. Non sarebbero bastati trecento euro, calcolò a mente Daniela, ormai certa che il suo futuro ex marito, persona a dir poco parsimoniosa, l’avesse portata lì con uno scopo.
Col vestito elegante, rasato di fresco e profumato Luigi neanche somigliava al convivente pigro e scorbutico. Anzi era gentile, premuroso, chiacchierava del più e del meno e le sorrideva. Daniela se ne rimaneva in silenzio, assorta nei suoi pensieri. Sfiorava con le dita i contorni del bicchiere che aveva davanti e aspettava che si arrivasse al dunque.
Fu proprio lei a decidersi a parlare. Iniziò dal ricordo dei loro momenti migliori: l’incontro, il matrimonio, viaggi, uscite con gli amici… Si erano amati per vent’anni, tra alti e bassi, certo, ma si erano amati. L’amore poteva tramutarsi in affetto, amicizia, a patto di smetterla con le bugie, a cominciare dal tradimento, concluse. Non si sarebbe mai aspettata quella risposta: “Non posso essere leale con te, Daniela. Lei ha figli capisci? Devo tutelarla, proteggerla dai pettegolezzi.”
Mentre pronunciava tali parole Luigi sfoggiava uno sguardo fiero, da cavaliere d’altri tempi. Quasi da eroe. Se le avesse mollato un pugno alla bocca dello stomaco non le avrebbe fatto più male. Vent’anni insieme e lui si preoccupava dei figli della sua amante? Proprio lui che non li aveva voluti da lei? Blaterava di tutelare una tizia che conosceva da quanto? sei mesi? Proteggerla da chi poi? Tanti anni insieme e ora era diventata la nemica?
Il sangue cominciò a scottarle nelle vene, il viso si colorò del rosso di frustrazione, umiliazione, rabbia. Aveva voglia di rinfacciargli il sostegno che gli aveva dato quando era rimasto senza lavoro. Di ricordargli che gli era stata accanto fin dalla diagnosi di tumore, non lo aveva lasciato solo né durante la degenza né in tutta la fase post-operatoria. Aveva inghiottito i no ai figli, all’adozione, a cambiare città. Che stupida era stata! Voleva urlarglielo, ma uno sguardo alla sala la frenò: non poteva dare spettacolo in un ristorante di luci soffuse e sussurri. Ecco perché il vigliacco aveva scelto proprio quel locale, anche a costo di pagare un occhio. Daniela strinse i denti e si morse la lingua. Poi, al momento del conto, rubò le chiavi dalla tasca del marito e uscì. Se ne fregò dei tacchi, delle caviglie e dei sampietrini e corse più veloce che poteva.
Avvertiva la presenza di lui alle spalle, ma non rallentò, né si girò. “Adesso sono cazzi tuoi” sibilò tra sé.
Salì in auto e, senza allacciare la cintura di sicurezza, partì sgommando. Abbassò il finestrino, mise fuori il dito medio e lo tenne in alto. Ce lo lasciò fino a quando Luigi scomparve dallo specchietto retrovisore.
Il giorno dopo chiamò il suo avvocato: che riducesse il marito in mutande. Assunse un investigatore privato che le fornì nome, cognome, data di nascita, indirizzo, e professione dell’amante di Luigi. Nel rapporto c’era scritto che i due erano colleghi e anche che il compleanno di “lei” era prossimo. Daniela sentì l’adrenalina che saliva, gli occhi diventarono due tizzoni ardenti, sulla bocca le spuntò un sorriso furbo.
Si era ricordata di un libro che l’aveva incuriosita. Lo acquistò insieme a un foglio rosso lucido e un nastro dorato. A casa lo impacchettò con cura e, come tocco finale, infilò una rosa scarlatta nel nodo del fiocco. Pagò il silenzio del ragazzo travestito da corriere che lo consegnò nelle mani della destinataria nel bel mezzo del rinfresco.
La festeggiata, come le fu poi riportato con dovizia di particolari, vide in cuore color fuoco sul biglietto e lanciò un’occhiata complice al suo amante. Lui abbassò lo sguardo e scosse la testa. Lei non capì o non se ne curò. Gli invitati, incuriositi, avevano cominciato a tamburellare le dita sui tavoli. Dopo una serie di finte e battute finalmente lei si decise a scartare il pacchetto. Appena ne scoprì il contenuto il sorriso le morì sulle labbra, lo spumante le cadde dalle mani, impallidì. Tutt’intorno si era fatto silenzio. Lei scaraventò il regalo in fondo alla sala. Fissò uno ad uno gli uomini presenti incurante delle lacrime che lasciavano scie di rimmel sul suo viso. Urlò: “Stronzi, siete tutti dei maledetti stronzi. “Poi abbandonò la festa in fretta e furia insieme a uno strascico di amiche.
La curiosità spinse qualcuno a recuperare il libro che passò di mano in mano tra gli sghignazzi. S’intitolava “Sesso in ufficio“. La dedica diceva: “Alla cara Antonella, affinché non limiti le sue attenzioni a un solo fortunato. I colleghi dell’Area II.“

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